Hope…la speranza

È indubbio che la Street Art ha un impatto emozionale davvero travolgente ed è interessante notare come essa stia trovando  sempre più spazio nelle nostre città, nelle periferie urbane degradate. Insomma, l’arte del qualificare i muri di cemento anonimi, che, spesso, sopravvivono alla nostra permanente distrazione del vissuto quotidiano convulso, forse perché nati già asettici o banalmente insipidi, fin troppo ordinari, è arte della fascinazione. Un’operazione che dilaga nel dipingere, nel ritrarre l’astratto oppure la cultura o frammenti salienti di essa che possano, perché no, restituirci pure dei frammenti di storia popolare mai archiviata. Sì, una storia che non possiamo abbandonare all’oblio o alla sbadataggine dei nostri tempi. Quindi, i graffiti come espediente estetico capace di esorcizzare le sozzure e il fetore che ne emana, che stanno letteralmente devastando gli spazi  appena «fuori le mura» e non solo, di ogni nostra realtà urbana. E chiamiamola come vogliamo, Street Art o Spray Art, poco importa.  Eppure essa permette di dare spazio  alla creatività di certi artisti e di abbellire angoli, muri od aree urbane che potrebbero (anzi, già lo sono!) essere fagocitati dall’incuria dilagante, dallo spiccato cinismo, dalla nostra superficialità nel trattare, concepire, vivere e saper interagire, (e basterebbe soltanto un pizzico di sale in zucca!) con il nostro contesto vitale. Non vi è muro cittadino o  muretto di giardino pubblico che non sia stato vandalizzato da scritte stupide, immorali, inopportune, da falsi motti politici, da neo scempiaggini linguistiche, da inni al nulla ed idiozie varie. E, allora, perché non cancellare l’obbrobrio ed affidare al genio e all’estro di quello che viene denominato, in gergo, «graffitaro» che, in realtà, nasconde in sé potenzialità artistiche ed espressività infinite, il compito di dare nuova veste allo squallore edilizio che ci circonda, magari appena girato l’angolo di casa nostra? Consideriamo il fatto che tale artista debba pure essere un istrione eclettico, dotato di magica capacità descrittiva, un illusionista eccezionale, in grado di abbagliare lo spettatore. Egli deve farlo entrare nella dimensione onirica delle proprie rappresentazioni, nate dallo spruzzo di bombolette di vernici su superfici, talvolta, impossibili o assurde da trattare. Tuttavia, è estremamente difficile catturare l’attenzione e lo stupore del passante con tocchi di vernice e con immagini che non siano usuali. L’artista deve allenarsi continuamente a strutturare emozioni negli altri, ad educare la sensibilità dell’interlocutore visivo. Tuttavia, se l’arte alberga nelle pieghe del suo cuore ed è  il suo foraggio quotidiano, il gioco è fatto. È il caso di Fabio Hira, il quale, per l’ennesima volta, ha fatto centro. Non si può non rimanere incantati nell’ammirare le sue gigantografie murali. I muri sembrano aver acquistato nuova vita, le icone, i personaggi ritratti, le scene mai dozzinali paiono dialogare, con evidenza folgorante, con le nostre pupille, con la nostra anima. Inoltre, lo stile comunicativo diretto, senza fronzoli, è quello della suggestione suscitata dagli elementi naturali, dagli oggetti simbolici, dai frutti della nostra terra che profumano di zagare e limoni, dalla fiera della gente che scaturisce dal cemento, dall’esperienza del colore rosso che si fa sangue bollente, azzurro che salta gli ostacoli materiali, dal rosa dell’incarnato di un bimbo e dalle tinte accese  che si fanno testimonianza del nostro passato collettivo. Non voglio farla tanto lunga, ma tutte le mattine, passando sotto il ponte pedonale del centralissimo e bislungo viale, intitolato a Piersanti Mattarella, in Santa Ninfa, ho come l’impressione reale che ci sia una folla assai reattiva che mi rammenta come noi siciliani non possiamo non fare i conti con la nostra storia, con quello che eravamo alla meta dell’800 o agli inizi del Novecento. Non dobbiamo consentire a noi stessi di rimuovere secoli di esperienze umane che ci hanno condotto difilato a quello che, ora, siamo. La storia dell’emigrazione, ad esempio, ci ha interessato e ci riguarda da vicino, non dobbiamo mai dimenticarlo per costruire, seppure con fatica titanica, ma con rinnovata passione e con tutte le nostre fibre, una nuova Sicilia migliore. Una Sicilia gradevole che possa finalmente scacciare da sé il fatalismo becero, lo scetticismo di maniera, lo sterile pessimismo atavico e che non costringa le famiglie a riempire valigie, bagagli e vetture e di fuggire altrove, con la disperazione in tasca. Qui è il centro del mondo e qui abbiamo il diritto di rimanere, tra le braccia di un’Isola (sì, con la maiuscola!) che possiamo far divenire la più bella realtà del mondo. Dobbiamo solamente volerlo con tutte le nostre forze, con l’onestà dell’agire quotidiano che ci affranca da ogni remora qualunquistica del malaffare e ci rende liberi cittadini cosmopoliti. E a gridare la sete epocale di giustizia, di occupazione, di pari opportunità sociali è proprio la folla di bocche urlanti dei contadini, dei marinai, degli operai e della classi meno abbienti, che reclamano diritti, per troppo tempo negati, quali la ridistribuzione delle terre e l’abolizione delle gabelle. Ebbene, ciò è raffigurato in un possente affresco su cui campeggia un enorme 1894, l’anno dello scioglimento, in Sicilia,  dei Fasci siciliani dei lavoratori, movimento azzerato dall’autoritaria azione del governo Crispi.  Dal transatlantico, con a bordo, gli emigrati che salutano la Statua della Libertà all’isolotto di Ellis Island, dalla nonnina triste, che sa di non poter più rivedere i propri figli, scappati via per la sete di lavoro, alla post card dal Nuovo Mondo, dai picciotti con le coppole di Little Italy al volo libero delle anatre verso nuovi lidi salubri, dalle rivendicazioni sindacali, alla dirompente metafora del fabbro che batte sull’incudine della virtù umana, che s’incarna nella conquista del lavoro come progresso di un intero popolo fino agli occhi incantevoli di un bambino, (uno strillone in erba che tiene stretto a sé una copia del New York Times), che sono accesi su un futuro, che forse recita a se stesso «Hope», la mano di autentico artista, quella di Fabio Hira, ha rappresentato magnificamente il nostro sentire, la nostra passione siciliana che cova sotto la cenere mai spenta delle speranze.

Gioacchino Di Bella

Salemi (TP), 7 ottobre 2021

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