La ferocia

Esiste un grado di ferocia attuale che lascia sbalorditi, senza parole. E’ quella ferocia che cresce in noi sotterranea, subdola e che si palesa nei contatti umani e nella vita di sempre con le vili azioni compiute in sordina. E’ quella ferocia che sbologna le altrui opinioni per affermare dittatorialmente la propria, non importa dove e come, l’importante è vincere e primeggiare, in una corsa tendente ad  una stupida, melensa superiorità. Non possiamo nascondere niente a noi stessi, le evidenze sono là che ci aspettano al varco. E’ come trovarsi immersi in una limpida giornata di sole, però offuscata da improvvisi temporali di disumanità pura. E in questi tempi di dura prova, ci si chiede spesso cosa ne sarà di noi, procedendo di questo passo, cosa ne sarà di questo mondo che arranca dietro alla stupidità, alla cecità degli umani che di umano dimostrano di avere ben poco da mettere sulla bilancia. Basta dare un’occhiata ai sobborghi delle città metropolitane dove lo spreco si materializza in cumuli che vomitano rifiuti, buttati a gogo, che asfissiano gli spazi, i parchi,  le strade secondarie, le viuzze, le campagne.  Ma non solo. Nei piccoli centri dove la vita dovrebbe essere a misura d’uomo, la ferocia di minoranze ottuse, volutamente sbadate, con gli occhi bendati sul futuro, emerge a gridare la supremazia del “chissenefrega” dell’ambiente. Eppure questa minoranza vive anch’essa in quei luoghi, respira la stessa aria dell’ecologista, passeggia tra quei luoghi e non credo gioisca del pattume sparso qua e là. Semmai ne gode, in maniera insensata, in una spasmodica ed inconcepibile lotta nei confronti delle istituzioni, del potere costituito. Una sterile lotta che non porta e non porterà mai da nessuna parte. E’ come se certa gente avesse voglia di abbracciare una strana forma di anarchia ed opporsi alle regole comuni del vivere, tanto per sentire la stantia ebbrezza dei giustizieri del Far West. Distruggere i segni convenzionali della civiltà, devastare i siti strappati alla barbarie dell’arretratezza culturale, oltraggiare il nuovo, sbeffeggiare la bellezza e la decenza, divertirsi ad imbrattare le oneste coscienze. Per questi brutti ceffi, tutto fa brodo di noia. E, invece, di conferire i rifiuti tramite il servizio della differenziata, che, peraltro, funziona bene, questa gentaglia fa lo smacco di buttare le sozzure e gli scarti di ogni genere proprio sotto il cartello scritto dal cittadino, ormai stanco di assistere agli scempi ripetuti in ogni angolo del suo comune. Questo è uno dei tanti esempi di scelleratezza odierna, di autolesionismo esistenziale. Potrei elencare le scritte insofferenti ed offensive sui muri, il linguaggio sboccato di tanti individui che prende di mira il debole di turno, la bestiale ed insensata violenza fisica sulle donne, l’arroganza di certi giovani che si sentono padroni del mondo e vorrebbero afferrare il cielo a quattro mani, la loro presunzione della ricchezza a tutti i costi, senza aver sperimentato sulla propria pelle il giogo faticoso del sacrificio e dell’impegno personali, l’ottusità del bastare a sé stessi e basta, la presa di posizione dell’infischiarsene degli altri e del “prima vengo io e dopo ancora io”. Sì, sembriamo un branco di lupi usciti da una saga infernale, a caccia di prede, ma pronti ad azzannarsi per un brandello di carne. Sono gradi di ferocia quotidiana che denominiamo con altri termini ed eufemismi, ma, nella realtà dei fatti, sono manifestazioni di cruda ferocia. Ed è, ancora una volta, la ferocia che alberga in noi a convincerci di non volere arretrare di fronte a niente, ad incaponirci nell’errore. Gli “esempi feroci” sono molteplici e la sensazione netta, chiara, incontrovertibile è quella che porta ad ammettere come non ci sia stato un reale cambiamento di posizioni e di atteggiamenti dopo tutto ciò che ci è piovuto in testa da un anno a questa parte. Il Covid non ha cambiato il cuore delle gente o, almeno, della stragrande maggioranza della gente. Ma come? Dopo tutto quel che è successo e sta accadendo, non riusciamo ad essere umani e disponibili con i propri simili? E’ cosi e non c’è nulla da fare, ci sbraniamo a vicenda, cibandoci di imbecillità discriminatoria, indifferenza ed egoismo. Tuttavia, ci sono delle bellissime storie che, grazie a Dio, narrano il contrario, ma la spallata all’odio, alle parole rancorose, all’astio, all’individualismo più sfrenato non c’è stata. E allora, come se nulla fosse, ricominciamo daccapo e, addirittura, nelle chat interpersonali o di lavoro, nelle whatsappate a linea di fuoco (ormai, siamo letteralmente bombardati dall’eccesso di connettività a tutti i costi e a tutte le ore, la privacy viene violata pure nel cuore della notte!) cresce l’acredine sottile, tagliente, fatta di allusioni, risatine idiote, faccine di stato contro chi, che so io, facciamo un esempio, non segue il gregge delle opinioni fin troppo condivise e poco ragionate. E si aggiunge un’ostilità che rasenta il ridicolo, la messa al bando dalla “community” di adepti o di “amici”. E ancora, dalle mie parti, si è pure consolidata la figura del “tragediaturi”. E chi è? Beh, è colui il quale ti è amico solo sulla  carta e poi, alle tue spalle e una volta girato l’angolo, ti accusa di qualsiasi turpe minchiata, ti mette alla berlina con chiunque intavoli due chiacchiere e, sul tuo conto,  imbastisce una quantità abominevole di falsità.  Storie di tutti i giorni, direi, non è una novità, il mondo è sempre andato così, e qualcuno sosterrà pure che i “tragediatura” siano sempre esistiti. Ma quel quid che si è addizionato, in questa congiuntura, infarcita di blocchi e reiterato isolamento, all’innata banalità e dabbenaggine dell’uomo contemporaneo ha assunto la lussuosa veste della nuova ferocia. Tutti noi, nessuno escluso, siamo contagiati dalla neoferocia, rinata dai profondi recessi del nostro animo. E ci comportiamo secondo i suoi dettami quando lanciamo occhiatacce di perfidia al nostro vicino di casa che “se la passa” meglio di noi, magari ha una casa migliore, più spaziosa della nostra o ha rimesso a nuovo il giardino che, ovviamente, è sempre più verde del nostro. Lo facciamo quando invidiamo, guardandoli sottecchi o in tralìce, i colleghi d’ufficio per la loro discrezione, per la loro mancata adesione al pissi pissi insistente del pettegolezzo gratuito o dello sparlare a vanvera a destra e a manca, oppure, per l’abbigliamento dimesso e poco appariscente rispetto alle mode dell’apparire a tutti i costi e alla vanità delle tante oche giulive che assordano le nostre orecchie. “Quelli sono strani, ma strani forti” dicono le oche, talvolta pure i cigni neri, e giù stilettate di veleno in ogni angolo dell’agorà reale o virtuale. Già, le stilettate di veleno che fanno diventare purulenti i nostri rapporti umani, la nostra quotidianità.  Va da sé che la maggior parte di noi ( o, meglio, alcuni di noi), è opportuno precisare, ha fatto il callo al malo andazzo e, spesso, adattandosi, è diventata, a sua volta, latrice di cattiveria allo stato puro, quasi come una corazza indossata a difesa dalla gragnola delle malignità ricevute. Ci sono, è pur vero, casi di ravvedimento tardivo e ben venga, alla buonora. Bisogna pur “credere all’intima bontà dell’uomo”. Tuttavia, un altro aspetto inquietante della faccenda è l’acme dell’astio che esplode sui social dove si consumano inaudite gogne mediatiche. Ognuno si sente libero di offendere, con parolacce da scaricatore di porto o da frequentatore di sordida bettola, chiunque, a maggior ragione, se quel chiunque appartiene alla vituperata schiera dei politici nazionali e, cosa ancor più riprovevole e squallida, tale atto dello sputare sentenze viene acclamato con un’ondata di “mi piace” e commenti favorevoli. Non vorrei ammetterlo, ma qualcuno si è proprio bevuto il cervello e, di certo, l’isolamento sociale sta aggravando il turpe fenomeno. Nel deserto venutosi a creare, menomale che non tutto è arido e privo di vita: le oasi sono le eccezioni che fanno ben sperare. Le oasi dove vivono le persone che se ne infischiano del gossip, delle malelingue esacerbate da invidia, protervia o supponenza; sono le persone che conducono i giorni secondo la propria indefettibile coscienza, che suggerisce loro che al male non vi sia mai fine, ma che, nonostante ciò, sia necessario saltare il fosso, superare la palude della grettezza, della meschinità per riaffermare un nuovo corso all’esistenza. Lo sanno bene perché, magari, hanno provato, in questo lasso di tempo martoriato dalla pandemia,  le pene indicibili del distacco, della sofferenza, della perdita di affetti che facevano da cornice alle loro brevi o lunghe primavere, oppure lo immaginano, con lampante evidenza, come se la tragica esperienza fosse già stata vissuta o di là da venire. Ed è un piccolo esercito di api operaie silenziose che dimostra alacrità e fede nelle opere pie, nell’orizzonte che si apre allo schiarire del giorno e si aggrappa con tutte le forze alla concreta speranza che il destino dell’uomo non è il male fine a se stesso, ma la riedificazione di un alveare morale e materiale. Intanto, sul palcoscenico osceno dell’esistenza, la ferocia è uno dei tanti copioni già metabolizzati da noi attori da quattro soldi, intenti a biascicare una grottesca recitazione.

Gioacchino Di Bella

Salemi, 14 marzo 2021

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